Una riflessione didattica e una proposta condivisa: costruire insieme il Codice Etico dell’AI di WeTambara
di Diego Benna – Insegnante di informatica e co-fondatore di WeTambara
Confesso una cosa: l’intelligenza artificiale è la risorsa più rivoluzionaria e positiva che abbia mai incontrato nella mia vita professionale, ma, e qui sta il punto, ho avuto la fortuna di formarmi prima che esistesse.
Per me l’AI è uno strumento potente, che potenzia idee, accelera processi, libera tempo, ma proprio perché la guardo con occhi “adulti”, vedo con crescente preoccupazione l’impatto che sta avendo sull’apprendimento scolastico, specie tra i più giovani.
Un allarme dal MIT: il “debito cognitivo” causato dall’AI
Recentemente Emanuele Frontoni, docente di Informatica all’Università Politecnica delle Marche, ha rilanciato un articolo dal titolo provocatorio: “ChatGPT fa male al cervello?”.
Frontoni discute uno studio del MIT Media Lab, condotto su 54 studenti (età 18‑39), divisi in tre gruppi: scrittura senza strumenti (“brain‑only”), con Google (“search”) e con ChatGPT (“AI”). Durante diverse sessioni a distanza di mesi, i partecipanti sono stati monitorati tramite EEG. Si è osservata una riduzione significativa (fino al 55 %) della connettività cerebrale nei gruppi che utilizzavano ChatGPT rispetto a quelli che scrivevano autonomamente. I testi generati sembravano ripetitivi, poco personali e con minore impegno mentale; gli studenti inoltre faticavano a ricordare ciò che avevano scritto pochi minuti prima (oltre l’80 % non riusciva a richiamare frasi proprie). In fasi successive, chi aveva usato ChatGPT e poi tornava a scrivere senza strumenti manteneva livelli cerebrali più bassi, mentre chi scriveva prima autonomamente e poi con AI mostrava un’attivazione neurale maggiore, suggerendo un uso consapevole e graduale può potenziare la riflessione, ma l’uso precoce e passivo conduce a una crescente dipendenza cognitiva.
Questo effetto è stato definito “debito cognitivo”: se deleghi troppo all’AI, il tuo cervello lavora di meno, e se lo fai spesso, rischia di disabituarsi.
Da insegnante, una domanda che non mi lascia in pace
Sono anni che assegno progetti di informatica da svolgere anche a casa. Credo che molti studenti abbiano sempre apprezzato, nel mio modo di insegnare, la creatività delle proposte, il divertimento e la soddisfazione nel portarli a termine: a scuola, in autonomia, in laboratorio o in classe. Sabato sera, passeggiando per il centro di Vicenza, ho incontrato per caso uno studente di qualche anno fa. Con un sorriso, mi ha ricordato quanto si era divertito a realizzare un progetto con Arduino, una simulazione di una casa con pannelli solari che ruotavano in base alla posizione del sole. Un piccolo aneddoto che mi ha fatto riflettere: quei momenti di scoperta e coinvolgimento lasciano davvero il segno.
Oggi mi chiedo: che senso ha continuare a farlo se la tentazione (o ormai l’abitudine) è quella di incollare una soluzione generata da un’AI? La tentazione è troppo forte. Non per malizia, ma per fretta, superficialità, ansia da voto. Probabilmente anch’io, se fossi studente oggi, sarei stato tentato.
Non si tratta solo di copiare un codice, il vero rischio è saltare l’intero processo di ragionamento: la ricerca, i tentativi, gli errori, il debugging. Proprio in quel processo, faticoso ma prezioso, sta il vero apprendimento.
È questo che si sta svuotando di significato.
Ci penso spesso e più ci rifletto, più mi rendo conto di quanto sia difficile trovare una soluzione davvero realistica. Ad oggi, l’unica via che intravedo è spostare tutto in laboratorio: far lavorare gli studenti in classe, in gruppo, sotto gli occhi dell’insegnante, ma anche questa soluzione ha un costo: significa meno tempo per la teoria, meno possibilità di personalizzare i percorsi, meno spazio per la riflessione individuale.
Forse la scuola dovrebbe occupare anche i pomeriggi, non con ore frontali, ma come luogo per svolgere compiti e progetti insieme: in presenza, in gruppo, con discussione, confronto, verifica condivisa.
Allora la domanda diventa inevitabile: dovrà cambiare il modo di fare scuola?
WeTambara come risposta concreta
Non è un caso, forse, se WeTambara sta crescendo proprio in questo contesto di trasformazione.
Fin dall’inizio, abbiamo immaginato WeTambara come uno spazio di apprendimento dove la tecnologia non sostituisce il docente, ma lo moltiplica.
Abbiamo progettato esercizi che si autocorreggono, test case visibili, percorsi didattici chiari e soprattutto, un’intelligenza artificiale che affianca lo studente come un vero tutor: che pone domande, incoraggia, non lascia arrendersi, stimola a ragionare, guida verso le soluzioni, non un generatore di risposte, ma un attivatore di pensiero.
Abbiamo voluto che WeTambara permettesse agli insegnanti di seguire il processo, non solo valutare il risultato, lavorando in tempo reale con gli studenti.
L’AI integrata non è lì per fare il lavoro al posto loro, ma per renderli protagonisti dell’apprendimento: con spiegazioni, verifiche, stimoli, in un ambiente controllato, formativo, trasparente.
Abbiamo iniziato nel 2022 con un’idea semplice: da parte mia, cercavo uno strumento per semplificare la correzione di verifiche e compiti; Nicola Lovo ha avuto la visione di creare un supporto intelligente e personalizzato per lo studente. Oggi quell’idea è diventata molto di più.
In un’epoca in cui l’AI rischia di generare “debito cognitivo”, WeTambara si propone come strumento per creare “credito cognitivo”: stimola la riflessione, costruisce consapevolezza, sostiene il percorso autentico dell’apprendimento.
Forse è proprio per questo che sempre più scuole superiori, università, enti di formazione, docenti e studenti stanno scegliendo WeTambara e ogni giorno ci chiedono di estenderlo ad altre discipline, persino a Storia e Filosofia.
Un’idea per il futuro: il Codice Etico dell’AI di WeTambara
Su invito di Fabrizio Degni, presidente italiano del Global Council for Responsible AI, abbiamo deciso di avviare la costruzione del Codice Etico sull’uso dell’AI nella didattica di WeTambara.
Ci è sembrato fondamentale raccogliere in un documento condiviso alcune domande chiave che oggi ogni scuola, docente o piattaforma educativa dovrebbe porsi:
- Quando è lecito usare l’intelligenza artificiale e quando no?
- In che modo si può dichiarare, integrare o commentare l’aiuto ricevuto da un’AI?
- Come possiamo educare gli studenti a non delegare, ma a collaborare con l’intelligenza artificiale?
- Come si distingue un uso responsabile da uno scorretto?
- Quali vantaggi e quali limiti l’AI introduce nel contesto di WeTambara e in generale nell’apprendimento?
Sono convinto che l’AI possa diventare la più grande opportunità educativa degli ultimi decenni, ma solo se saremo capaci di trasformarla da automatismo a strumento di consapevolezza.
Come co-fondatore di WeTambara, sento la responsabilità che la nostra piattaforma non si limiti a “offrire tecnologia”, ma che diventi parte attiva nel guidare questo cambiamento, con uno sguardo critico e profondamente educativo.



